11/09/18

Ci sono storie che non si riescono a raccontare, che nessuno vuole ascoltare

Ci sono storie che non si riescono a raccontare. 
Per raccontare bisogna richiamare alla memoria ed è troppo, immensamente doloroso. 
Ci sono storie di cui non si conserverà memoria, perché nessuno le raccoglie, nessuno le ascolta, perché tutti preferiscono non sapere.

La vedo spesso quella ragazza, parla da sola in una lingua indecifrabile. Dice per lo più parole sconnesse, parole inesistenti. La sua lingua l’ha dimenticata, quella del paese in cui ora vive, non l’ha imparata. La sua voce è a malapena percettibile. 
Gira così senza meta, a volte si ferma, sembra chiedere l’elemosina, ma poi, quasi si pente e scappa via. La gente per strada la evita, sembra averne paura, eppure tutti lo sanno, non ha mai fatto del male a nessuno.
Se l’avvicini si ritrae e si nasconde… Qualcuno mosso a pietà, le sporge qualcosa da mangiare. Lo lascia per terra perché solo così, quando nessuno vede, lo prende.
Porta con sé storie feroci, sono i suoi occhi a raccontarle, sempre sfuggenti, impauriti, pieni di lacrime mai piante.
In lei solo l’istinto alla vita sembra non essersi spento, quell'istinto che ti porta a sopravvivere, senza essere mai esistito davvero. 
Si aggira per le strade come tanti altri che vedi qua e là abitare la nostra città, dormire negli angoli, sotto i portici, mal visti, mal tollerati.  
Qualcuno sa che hanno più volte abusato di lei, sa che per quanto la sua neanche qui non sia più vita, non vuole più tornare da dove è venuta, che è scappata da dove esisteva solo il male. Ed ora vagabonda in questo luogo da dove non è stata ancora cacciata. Gira senza meta, come la sua vita si svolgesse senza nesso, senza legami… in un cerchio continuo. 

Nessuno potrà mai sapere quante devastazioni ha provocato il dolore esploso dentro di lei, un dolore che non trova parole per essere descritto, raccontato, spiegato. Il dolore nessuno può conoscerlo se non lo prova. E comunque quello è il suo dolore, diverso da quello di tutti gli altri. Perché il dolore ha diversi modi di manifestarsi, ma quello più atroce, è quello di chi non ha una mano a cui aggrapparsi, un petto a cui stringersi.
Speculare a questa immagine di donna che ricorda la carovana di gente che attraversa mari e monti per trovare un luogo in cui finalmente riposare, è la nostra indifferenza che ha fatto presto, molto presto a trasformarsi in crudeltà. Una crudeltà esibita, sbandierata, che fa proseliti, che sembra spandersi come a macchia d’olio. Una crudeltà diventata programma politico, che regala voti, consensi. Ed è questo lo scandalo maggiore. Una crudeltà che sempre si avvicina a quella che ci ha fatto conoscere mondi che mai avremmo voluto conoscere. 
“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.” 
Tommaso Moro
E noi? Ci sentiamo impotenti, bloccati di fronte a tanto cinismo da non riuscire a fronteggiarlo.  Ci hanno privato della speranza di cambiare il mondo, ma  proprio per questo dobbiamo agire: è invece possibile resistere, crearne uno nuovo di mondo, qui e ora, tra le rovine del vecchio. 
Riscoprire l’utopia. L’utopia, non quella lontana ed irraggiungibile,  ma quel pensiero utopico che ci abita, quell'ideale etico-politico che non ci abbandona, che è guida, che ci stimola è dà forza, anche se non è destinato a realizzarsi sul piano istituzionale, ma che vive in noi come via di contrasto, come motivo di lotta e di azioni concrete da realizzare qui ed ora.
L’utopia è allora essere concreti perché siamo liberi, perché pensiamo non a partire sono da noi stessi, perché agiamo, perché fa luce nel buio in cui ci vorrebbero lasciare. 

L’utopia è già realizzata in tutti quelli che in qualche modo fanno resistenza, oppongono la loro azione di contrasto e si impongono: non in nostro nome, noi esistiamo e resistiamo. 
L’utopia cammina a passi lenti, soccorre, semina ovunque può, a cominciare dalle parole, a cominciare dai gesti, a cominciare dai nostri volti, dal nostro corpo. A cominciare… il più veloce possibile, ma senza fretta. Impegnati a rendere l’impossibile  possibile, sempre avanti... passo dopo passo.

Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano diceva: 
"L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare".

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