02/02/19

I romanzi sono seconde vite

I romanzi sono seconde vite. Al pari dei sogni di cui parla il poeta francese Gérard de Nerval, rivelano i colori e la complessità della nostra e sono pieni di gente, facce oggetti che ci sembra di riconoscere. In tali occasioni ci sembra che quel mondo fittizio e godibile sia molto più reale di quello che viviamo […] desideriamo che il romanzo non finisca e speriamo che quella seconda vita continui a evocare in noi un solido senso di realtà e autenticità. Malgrado ciò che sappiamo della fiction, se un’opera di narrativa non alimenta l’illusione che si tratti di vita reale, proviamo disagio e irritazione. 
L’arte del romanzo – perciò – si affida alla nostra capacità di credere simultaneamente a stati contraddittori […]. Il lettore ha l’impressione di trovarsi non tra le parole di un romanzo, bensì in piedi davanti a un quadro. Qui, la cura dello scrittore per il dettaglio visivo, e l’abilità del lettore nel visualizzare le parole trasformandole in un vasto paesaggio, sono decisive. Leggiamo anche romanzi che non si svolgono nel paesaggio, su campi di battaglia o nella natura, e sono inventati in una stanza, in atmosfere interiori soffocanti – La metamorfosi di Kafka è un buon esempio. Leggiamo queste storie come se stessimo osservando un paesaggio e, trasformandolo con l’occhio della mente in un quadro, ci abituiamo all’atmosfera della scena, ce ne lasciamo influenzare, anzi la esploriamo.
Il vero piacere di leggere un romanzo inizia con la capacità di vedere il mondo non dall'esterno ma con gli occhi dei personaggi che in quel mondo vivono. Leggendo un romanzo, oscilliamo tra ampia visione a attimi fuggevoli, fra pensieri generali e fatti specifici, a una velocità che nessun altro genere letterario è in grado di offrire. Mentre fissiamo un dipinto di paesaggio da lontano, ci troviamo all'improvviso tra i pensieri dell’individuo nel paesaggio e nelle sue sfumature d’umore. Ciò somiglia al modo in cui, nei dipinti di paesaggio cinesi, contempliamo una piccola figura umana sullo sfondo di fiumi, dirupi e alberi con miriadi di foglie: ci concentriamo su quella figura, poi cerchiamo di immaginare il paesaggio circostante attraverso i suoi occhi.
 Orhan Pamuk, Romanzieri ingenui e sentimentali

06/01/19

Ringraziare desidero

La parola grazie non usa più molto e, quando viene pronunciata, non sempre gli attribuiamo valore che meriterebbe. Mariangela Gualtieri ce la propone e la declina guardando a tutto ciò che abbiamo davanti agli occhi e non vediamo più, non apprezziamo abbastanza. Il mondo ci porge ogni giorno meraviglie che ci sfuggono e non ci incantano più.  Con questa poesia, la poetessa dice grazie, grazie e ci invita a riprendere questa parola per ritrovare il senso più profondo della vita.

Ringraziare desidero il divino
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto
e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su.

Ringraziare desidero per l’amore,
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede.

Ringraziare desidero
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all'altra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in noi,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo
per il prisma di cristallo e il peso di ottone,
per le strisce della tigre,
per l’odore medicinale degli eucaliptus,
e la speranza, la fiducia, la lavanda.

Ringraziare desidero
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare senza uno stupore antico
e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei.

Ringraziare desidero perché
sono tornate le lucciole,
le nuvole disegnano,
le albe spargono brillanti nei prati,
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati.

Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio
per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri
per la quiete della casa,
per i bambini che sono nostre divinità domestiche
per l’anima, perché consola il mio girovagare errante,
per il respiro che è un bene immenso,
per il fatto di avere una sorella.

Io ringraziare desidero
per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi
per le facce del mondo che sono varie
per quando la notte si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati,
fragili e confusi,
cercatori indecisi.

Ringrazio dunque
per i nostri maestri immensi
per tutti i baci d’amore,
e per l’amore che ci rende impavidi.
Per i nostri morti
che fanno della morte un luogo abitato,
e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato.
Per i figli,
col futuro negli occhi,
perché su questa terra esiste la musica,
per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo
per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,
per il silenzio che è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Ringraziare desidero
per Whitman, Presti e Francesco d’Assisi,
che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.

Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la gran potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi….

Il libro: Mariangela Gualtieri, Le giovani parole (Einaudi, 2015)

27/11/18

I "MENO" e "I PIÙ"

Anche questo è un segno di vecchiaia. Quando ormai ti rendi conto che un bicchiere non è altro che un bicchiere e che gli uomini, qualunque cosa facciano, sono solo creature mortali. Poi invecchia il tuo corpo; non tutto in una volta, certo, invecchiano per primi gli occhi oppure le gambe, lo stomaco, il cuore. Si invecchia così, un pezzo dopo l'altro. 

Poi a un tratto invecchia la tua anima: anche se il corpo è effimero e mortale, l'anima è ancora mossa da desideri e ricordi, cerca ancora la gioia. E quando scompare anche questo anelito di gioia, restano solo i ricordi e la vanità di tutte le cose; a questo stadio si è irrimediabilmente vecchi. Un giorno ti svegli e ti strofini gli occhi e non sai più perché ti sei svegliato. (...) L'uomo comprende il mondo un po' alla volta e poi muore.

Sandor Marai, Le Braci

Sandor Marai ritrae in poche righe il cammino che irrimediabilmente si fa quando si invecchia.
Forse l'anelito di gioia scompare, ma non sempre il senso del limite che padroneggia la tua vita è negativo se ne sai trarre insegnamento. 
E' così anche nella vita, quando sei giovane e in forza. Ogni momento in cui la fragilità fa capolino, viene vissuto come una sconfitta, come una mancanza, come qualcosa che non deve essere. E, quando risali la china, trai un sospiro di sollievo.
E' così quando i nostri figli non danno il massimo, sono o li vedi o te li fanno vedere come un "meno": un meno intelligente, un meno forte, un meno abile, un meno bello, un meno...
E sorvoli su quanta ricchezza c'è dietro ad un "MENO". Quanta verità su come siamo, su come vivremmo con più giustizia e gioia considerando tutti i "meno" che abitano il mondo e i "meno" che abitano in noi.
Forse anche la vecchiaia sarebbe vista in un modo diverso, forse non creerebbe quel rifiuto dentro di noi e fuori di noi, che quello sì rende difficile la vita a chi non si sente un "più".

25/11/18

Ho sempre desiderato scrivere

Ho sempre desiderato scrivere, persino quando andavo a scuola e nulla di quello che si faceva in quelle aule destava in me interesse. Desideravo scrivere per trovare forse un luogo, uno spazio in cui depositare le tempeste emotive da cui spesso mi sentivo travolgere, desideravo scrivere per dire quello che non riuscivo ad esprimere parlando, desideravo scrivere per sfogarmi, per piangere, per ridere in quella stanza di solitudine che è il foglio bianco di fronte a cui ti trovi.
Ed è forse questo che, inconsapevolmente, cercavo: la solitudine.
Il rumore, le chiacchiere, l'essere immersi nel mondo non permette la scrittura.

E' solo quando prendi contatto con te stessa, ti ascolti e lasci che la tua voce parli che tu puoi pensare, è solo quando la penna comincia a muoversi nelle tue mani e cammina quasi mossa da un motu proprio, che il tuo pensiero diventa parola scritta.

Ma quando vuoi scrivere devi essere fedele all'impegno che ti sei preso, fedele a te stesso, fedele al tuo appuntamento col silenzio.
Ed io non lo sono mai stata. Mi sono lasciata travolgere dalla vita, mi sono lasciata sopraffare dagli impegni e il tempo volava via ed io ne sono rimasta travolta...

Eppure mi sembrava di aver molte cose da dire, da confidarmi, da depositare per pensarci meglio, per riflettere, per ritrovare senso e significato ad una vita che corre, corre senza mai fermarsi, e io dietro a lei...

O forse semplicemente mi è sembrato sempre tutto sciocco, irrilevante, non degno di nota quello che avrei voluto dire. E così forse mi sono persa.
Ogni tanto mi è capitato di scrivere su questo blog, ho annotato, lasciato appunti, riflessioni, pensando un giorno mi organizzerò meglio.
Continuo a non farlo.
Forse scriverò così come mi viene, quando mi viene, o forse questo è un inizio, un nuovo inizio.
Chissà.

11/09/18

Ci sono storie che non si riescono a raccontare, che nessuno vuole ascoltare

Ci sono storie che non si riescono a raccontare. 
Per raccontare bisogna richiamare alla memoria ed è troppo, immensamente doloroso. 
Ci sono storie di cui non si conserverà memoria, perché nessuno le raccoglie, nessuno le ascolta, perché tutti preferiscono non sapere.

La vedo spesso quella ragazza, parla da sola in una lingua indecifrabile. Dice per lo più parole sconnesse, parole inesistenti. La sua lingua l’ha dimenticata, quella del paese in cui ora vive, non l’ha imparata. La sua voce è a malapena percettibile. 
Gira così senza meta, a volte si ferma, sembra chiedere l’elemosina, ma poi, quasi si pente e scappa via. La gente per strada la evita, sembra averne paura, eppure tutti lo sanno, non ha mai fatto del male a nessuno.
Se l’avvicini si ritrae e si nasconde… Qualcuno mosso a pietà, le sporge qualcosa da mangiare. Lo lascia per terra perché solo così, quando nessuno vede, lo prende.
Porta con sé storie feroci, sono i suoi occhi a raccontarle, sempre sfuggenti, impauriti, pieni di lacrime mai piante.
In lei solo l’istinto alla vita sembra non essersi spento, quell'istinto che ti porta a sopravvivere, senza essere mai esistito davvero. 
Si aggira per le strade come tanti altri che vedi qua e là abitare la nostra città, dormire negli angoli, sotto i portici, mal visti, mal tollerati.  
Qualcuno sa che hanno più volte abusato di lei, sa che per quanto la sua neanche qui non sia più vita, non vuole più tornare da dove è venuta, che è scappata da dove esisteva solo il male. Ed ora vagabonda in questo luogo da dove non è stata ancora cacciata. Gira senza meta, come la sua vita si svolgesse senza nesso, senza legami… in un cerchio continuo. 

Nessuno potrà mai sapere quante devastazioni ha provocato il dolore esploso dentro di lei, un dolore che non trova parole per essere descritto, raccontato, spiegato. Il dolore nessuno può conoscerlo se non lo prova. E comunque quello è il suo dolore, diverso da quello di tutti gli altri. Perché il dolore ha diversi modi di manifestarsi, ma quello più atroce, è quello di chi non ha una mano a cui aggrapparsi, un petto a cui stringersi.
Speculare a questa immagine di donna che ricorda la carovana di gente che attraversa mari e monti per trovare un luogo in cui finalmente riposare, è la nostra indifferenza che ha fatto presto, molto presto a trasformarsi in crudeltà. Una crudeltà esibita, sbandierata, che fa proseliti, che sembra spandersi come a macchia d’olio. Una crudeltà diventata programma politico, che regala voti, consensi. Ed è questo lo scandalo maggiore. Una crudeltà che sempre si avvicina a quella che ci ha fatto conoscere mondi che mai avremmo voluto conoscere. 
“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.” 
Tommaso Moro
E noi? Ci sentiamo impotenti, bloccati di fronte a tanto cinismo da non riuscire a fronteggiarlo.  Ci hanno privato della speranza di cambiare il mondo, ma  proprio per questo dobbiamo agire: è invece possibile resistere, crearne uno nuovo di mondo, qui e ora, tra le rovine del vecchio. 
Riscoprire l’utopia. L’utopia, non quella lontana ed irraggiungibile,  ma quel pensiero utopico che ci abita, quell'ideale etico-politico che non ci abbandona, che è guida, che ci stimola è dà forza, anche se non è destinato a realizzarsi sul piano istituzionale, ma che vive in noi come via di contrasto, come motivo di lotta e di azioni concrete da realizzare qui ed ora.
L’utopia è allora essere concreti perché siamo liberi, perché pensiamo non a partire sono da noi stessi, perché agiamo, perché fa luce nel buio in cui ci vorrebbero lasciare. 

L’utopia è già realizzata in tutti quelli che in qualche modo fanno resistenza, oppongono la loro azione di contrasto e si impongono: non in nostro nome, noi esistiamo e resistiamo. 
L’utopia cammina a passi lenti, soccorre, semina ovunque può, a cominciare dalle parole, a cominciare dai gesti, a cominciare dai nostri volti, dal nostro corpo. A cominciare… il più veloce possibile, ma senza fretta. Impegnati a rendere l’impossibile  possibile, sempre avanti... passo dopo passo.

Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano diceva: 
"L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare".

05/09/18

C’è un mondo nel mondo del teatro.


Il teatro ufficiale, tradizionale continua nei suoi percorsi, va per la sua strada e monopolizza molti dei finanzia
menti e delle risorse. Ad una tendenza generale, in cui è sempre più evidente la disaffezione al teatro, si sta rispondendo portandolo in luoghi e spazi diversi e lontani dal circuito ufficiale e tradizionale.  Si fa avanti un progetto tutto nuovo che vuole accorciare le distanze fra teatro e cittadini, che vuole vivere nonostante la mancanza di sovvenzioni e aiuti.


La cultura del resto dovrebbe essere un bene pubblico e raggiungere non solo gruppi ristretti di addetti ai lavori. Il teatro è teatro se sperimenta, se si mette in gioco, se scopre nuovi talenti, invece che rivolgersi solo a personalità note che provengono, per esempio, dalla televisione solo perché è economicamente più redditizio e più semplice da promuovere.

E’ teatro tutto ciò che stimola e soprattutto permette la riflessione ed il pensiero che sono alla base dell’arte. E’ teatro se muove l’immaginazione, invita a creare, a modificare, a cambiare punti di vista ed orizzonti.

 Oggi purtroppo troppo spesso segue le leggi di mercato che sono di per sé rami secchi della creatività, che chiudono, invece, di aprire, che riproducono il già noto all’infinito, addormentando le coscienze.

Ma c’è un mondo nel mondo del teatro. Un mondo ricco di iniziative, di idee, di passione e di solidarietà che si cimenta su nuovi palcoscenici, che non sono necessariamente il teatro così come è stato inteso nel senso comune del termine.

Queste esperienze sono preziose, perché accompagnate dalla ricerca di strade nuove, di un senso, di prospettive culturali  che avvicinino la gente, che la rendano partecipe e più viva. Pur tra mille difficoltà, perché per nulla o quasi finanziate, avanzano e si fanno strada, perché chi intraprende questi percorsi e non molla, ci crede davvero.

 Queste iniziative, se si diffondono e prendono corpo, potrebbero prefigurare un Paese diverso, una cultura più a portata di tutti che rompa con quella omologante delle Tv e dei mass media in generale.

Soprattutto nei momenti di crisi, la cultura diventa assolutamente necessaria per comunicare, per dialogare, per confrontarci, per immaginare qual è il mondo in cui vorremmo vivere.

 E’ interessante che in Grecia, il paese più in crisi nell’Unione Europea, Lydia Koniordou, prima donna Ministro della Cultura, ci ricordi come :
“Duemila e cinquecento anni fa in Grecia  abbiamo avuto un’incredibile esplosione di idee: la politica, la filosofia, il teatro. La percezione, lo spirito che univa tutto erano le famose “D”: dialettica, dialogo, diversità e democrazia. Non c’era una sola verità, si scopriva la relatività della verità, grazie a Eraclito e ai sofisti, e si passò dalla cultura della ‘famiglia’, dal clan, alla scoperta dell’individuo e dei suoi diritti. Oggi dobbiamo superare l’eccesso di individualismo per riabbracciare la cultura del ‘noi’. Tornare dal privato al pubblico. Capire che non possiamo fare a meno dell’Altro. La cultura greca, con lo strumento del dialogo di cui è maestra, può rilanciare la dialettica laddove c’è il conflitto, l’ascolto dove c’è lo scontro, il confronto dove c’è violenza”.
Dialettica, dialogo, diversità e democrazia le parole che devono ritrovare spazio e prendere corpo nella mente della gente, la riscoperta che solo là dove questi valori riprendano vita si può ritrovare il benessere non solo economico, ma umano e sociale.

In una crisi economica e politica, gli artisti devono reagire. I grandi finanziamenti non sempre hanno prodotto una buona arte o un buon teatro. L’arte povera, è spesso più creativa, più essenziale, ma più vera. Può arrivare con più facilità a tutti, scoprire i piccoli teatri, le strade, i luoghi dove la gente si ritrova, persino entrare nelle case. Può diminuire le distanze tra pubblico e attori, e questa vicinanza genera il dialogo e la partecipazione. Può quindi essere strumento della democrazia, non rinunciare alla propria originalità, far vivere la diversità.

 Se i grandi teatri sono accessibili solo a pochi, si aprono però quelli piccoli, più di periferia che Bisognerebbe che queste realtà diventassero una costellazione, una rete attiva e concreta, un tessuto sempre più intrecciato. Bisognerebbe che chi ha nelle proprie mani i finanziamenti e il teatro ufficiale, ogni tanto si facesse un giro e rinnovasse il proprio modo di vedere la cultura. Lo dovrebbero fare quelli che ancora credono nel linguaggio della creatività, che solo può generare il nuovo.

Grazie a Paola Lombardo, a Manuela Massarenti, ad Adriana Zamboni che me l’hanno fatto scoprire, a Rasid Nikolic, mio allievo nella scuola media, mio maestro nella vita.

Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti... E' lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui." _
 Jacques Copeau

26/08/18

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano.


Io mi vergogno, provo una profonda vergogna perché non faccio che parlare, parlare, senza fare nulla che cambi questo paese, che possa ricordare all'Europa che ha saputo unirsi dopo uno dei massacri peggiori che la storia ricordi.

Vorrei riuscire a ricordare che nessun godrà di nessun beneficio vero se avrà cancellato la propria umanità, se avrà negato la dignità a tanti esseri umani. Prima gli italiani, si va sbandierando da molto tempo questo slogan... Uno slogan inventato a regola d'arte per cancellare i principi basilari etici e religiosi per chi lo è.
Tenere in ostaggio degli esseri umani per ottenere che l'Europa si impegni è vergognoso per noi che lo facciamo e lo è per l'Europa che tace e continua a fare i propri interessi.

Ed è vergognoso che tutto questo venga fatto per ottenere i nostri voti. Per questo siamo tutti complici.

Dovremo saper guardare indietro per capire di cosa è capace l'uomo e Primo Levi è stato sempre una mia grande guida:
Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea
(dalla prefazione al libro di Léon Poliakov, Auschwitz)
Sembra sempre più vero ciò che dice in Se questo è un uomo
Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto».
Dicono in molti che chi lotta contro l'Europa chiudendo i nostri porti, combattendo l'ingresso di stranieri che fuggono dalla guerra, dalla fame, è vincente e sicuramente lo è per aver creato intorno.a sé tanto consenso. Molti, moltissimi italiani sono con lui, lo applaudono, fanno, felici, selfie quando riescono ad incontralo.

Ma mai come oggi apprezzo la sconfitta, sono fiera di essere minoranza insieme ad altri che in qualche modo stanno faticando a far sentire la propria voce. Di una cosa sento la mancanza: di un partito che sappia perdere, ma sappia opporsi, far sentire la sua voce, diventare la voce degli ultimi: italiani, stranieri che siano... Sì, perché agli italiani pensano solo per prendere voti e chi è in difficoltà rimane in difficoltà.

Siamo un'opposizione orfana di guida, ma proprio per questo più libera.

È chiaro che quello che avanza è il culto della personalità per un uomo che tiene sotto l'ombrello della paura migliaia e migliaia di persone. Purtroppo è già successo. Abbiamo creduto che la storia insegnasse, non abbiamo saputo capire che la democrazia ha bisogno di militanza, partecipazione e istruzione.

Vorrei che quell'Europa che ha battuto la destra estrema avesse il coraggio di aprire le sue porte, che avesse il coraggio di perdere pur di affermare quei diritti universali che dice di difendere.

Vorrei che qualcuno avesse il coraggio della disobbedienza civile.

Vorrei che noi tutti aprissimo le nostre porte e lavorassimo quartiere per quartiere per una vera integrazione.

Che sfruttati italiani e stranieri lottassero insieme, che prendessero coscienza che la guerra tra poveri è una vecchia invenzione perché ricchi e potenti possano fare i loro interessi indisturbati.

Mi vergogno perché stiamo tutti qui ad indignarci senza riuscire a far sentire anche nella realtà, tra la gente con la gente il nostro dissenso, il nostro NO forte e chiaro.

Purtroppo non possiamo contare oggi su molto altro. Ma noi ex-sistiamo e dobbiamo essere visibili là dove siamo con la pazienza di chi davvero vuole cambiare le cose.

Non basta solo avere idee contro. Bisogna essere diversi.

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano.

– Emily Dickinson

08/07/18

Osservare per conoscere

Ieri ho guardato a lungo questi tre bambini. Il più grande teneva per mano i fratellini con un senso di responsabilità che non aveva nulla di quella "pesantezza" che spesso sentiamo negli adulti che si devono occupare di qualcuno. C'era invece la leggerezza di chi è consapevole che si sta "prendendo cura" di chi è più piccolo e debole. 
E nei fratellini non c'erano atteggiamenti recalcitranti né il minimo desiderio di liberarsi della mano del fratello.  Affidati a lui, si sentivano sicuri. Che scena bella e rara in questi nostri tempi.
Il più grande sembrava sapere che autonomia, libertà e senso di responsabilità camminano insieme come questi tre bambini. Uno non può fare a meno dell'altra.
Sappiamo però che dietro ai piccoli ci sono adulti che sanno insegnare questi valori. E questo ci regala speranza.

Una situazione analoga mi è capitata di osservarla oggi al mare. Quattro bambini giocavano in mare con le onde non molto alte, ma quanto basta per esserne travolti e portati a riva... dolcemente. Una bambina si teneva sulle spalle il fratellino più piccolo con molta attenzione ed amore. Ogni volta che sopravveniva un'onda il bambino si stringeva a lei affidandosi completamente, quando uscivano dall'urto del mare, la sorella più grande si accertava immediatamente di come stava il fratellino. Tutto bene? gli chiedeva, lui annuiva ed il gioco ricominciava. 

I genitori li guardavano da una certa distanza sulla spiaggia senza intervenire, senza apprensione, vigilando su di loro, ma con discrezione.

Talvolta abbiamo la tendenza di vedere il mondo in bianco e neo e troppo spero tendiamo a far prevalere il nero sul bianco. Osservare il mondo con attenzione, ti accorgere dell'infinita varietà che lo abita. Ma siamo distratti e troppo immersi in ragionamenti preconfezionati che ci condizionano e che ci abituano a cercare ciò che conferma la nostra idea di mondo.
Siamo immersi nelle parole, quelle che si dicono, quelle che si scrivono. Forse dovremmo abitare di più la distanza per farci stupire e sorprendere da ciò che non siamo soliti vedere. Ma abbiamo bisogno di silenzio dentro di noi e capacità di attenzione. Virtù per loro natura lente e pazienti, non così di moda in questo periodo storico.

07/07/18

Oggi maglie rosse per renderci visibili


“I migranti indossano magliette rosse sperando di essere visibili in caso di naufragio. Sperano nel colore acceso per non essere abbandonati. Oggi mettiamoci nei loro panni“, scrive Saviano postando su Twitter un selfie con una maglietta rossa.
Anche noi abbiamo bisogno di renderci visibili, di sapere che non siamo soli, che anche se in minoranza, ci siamo e siamo attivi, visibili a contrastare l'indifferenza o la complicità che sempre regna sovrana quando qualcuno sa urlare e conosce solo il linguaggio della sopraffazione e della violenza. Un uomo che irride i morti non è un uomo, un uomo che si dichiara padre ogni cinque parole che dice, non è padre se rimane indifferente alla morte o anche solo al disagio che li segnerà per sempre, di tanti bambini.
Può esibire i suoi muscoli, far sentire solo la sua voce, sovrastare quella degli altri, minacciare, esibire una sua presunta magnanimità, ma non sarà mai un uomo se non conosce la compassione, che anche gli animali conoscono.
Oggi vestiamo in rosso e come il pittore Fontana tagliamo la tela per dire BASTA, NON IN NOSTRO NOME.

Fontana taglia la tela in uno o più squarci verticali, che invece di indicare distruzione stanno piuttosto per delle possibili aperture verso l’altrove, verso un'altra dimensione, che non è quella del pensiero dominante. Il dipinto diviene una superficie monocroma contenente una breccia, un passaggio verso uno spazio mentale alternativo. Verso un modo di vedere il mondo in modo alternativo, cercando strade, costruendo realtà ovunque noi siamo.

01/07/18

Non distogliere lo sguardo...

Davvero un'opera d'ingegno quella di voler costruire sul mare muri invalicabili. L'uomo vuole sempre superare se stesso. Vuole sentirsi padrone del mondo, padrone di altri uomini. Sentire che lui può decidere ciò che vuole, che ha potere sull'altro. Solo così può sentire la sua forza.
Quante parole abbiamo sentito in questi giorni: è finita la pacchia, vedranno i nostri porti solo in cartolina, tolleranza zero...
I muri sul mare certamente non si possono costruire, ma tutti sanno che il mare può diventare, in certe condizioni,  una terribile trappola. Le onde non si lasciano facilmente domare, se non si affrontano con mezzi adeguati. Dover affrontare il mare, la sua forza, la sua potenza è peggio che scavalcare il mare, il rischio è molto più alto. E' il coraggio della disperazione quello che porta tante persone ad affrontare tanti pericoli, a mettersi i viaggio.
È così che sono morti, in questi giorni, un centinaio di bambini, donne e uomini. Esseri umani che sono stati uccisi dall'indifferenza di molti, dalla crudeltà di pochi che hanno deciso la loro sorte vietando la solidarietà, negando il diritto a qualcuno di salvare vite umane in pericolo, lasciando questo compito a chi non aveva né mezzi né preparazione: la guardia libica.
Annegavano mentre i "grandi" dell'Europa discutevano su come liberarsi meglio di loro e di tutti quelli che avrebbero cercato di intraprendere "il viaggio della speranza", si interrogavano su come chiudere porti e frontiere, su come dividersi le "quote", su come bloccare alle origini l'avanzare di gente disperata, cacciata dalla propria terra per la guerra, per la fame, per le persecuzioni.
Non una parola di cordoglio...non una parola di pietà. Piccoli uomini senza anima. Senza coraggio, assetati solo di potere. Piccoli uomini col cuore di ghiaccio.

Voglio distogliere lo sguardo dall'orgia del potere che rivela il suo volto fino in fondo. Mi concentro su quelle immagini che ci arrivano qua e là di quei corpi senza vita. I piccoli vestiti di rosso, nella speranza che in caso di naufragio, avrebbero potuto essere più visibili e quindi salvati. Voglio ricordarli per sempre. Non sono i primi, non saranno purtroppo gli ultimi. Voglio concentrarmi sulle vittime, sul massacro che stanno perseguendo con un cinismo degno dei tempi peggiori. Voglio ricordare che, se hanno eretto barriere per impedire che si avvicinino a noi facendoci credere di volerci difendere, hanno prima di tutto intrappolato i nostri cuori, le nostre menti dentro le loro gabbie.
Ma la colpa non è di un solo uomo che dà l'ordine, la colpa è di tutti quelli che lo seguono, lo sostengono, lo inneggiano. Di quelli che sono contenti di essere finalmente liberati da presenze troppo scomode. Fa lui il lavoro sporco per tutti e lo dichiara: lo fa per tutti gli italiani, non solo quelli del nord, anche per quelli del sud.
Ma è colpa anche di quella sinistra in cui abbiamo in molti creduto e che ci ha tradito, che è rimasta chiusa nella sua presunzione e che ha perso uno ad uno i suoi idali, lasciandoci orfani di una guida, di indicazioni per lottare, che non ha saputo essere coerente con la sua storia, la nostra storia.
E noi orfani, dobbiamo comprendere che senza un'alleanza con chi è più sfruttato ed emarginato, non sarà mai più possibile un mondo migliore.